Stylist sì, ma di cibo

Il mondo dell’alimentazione ingloba anche professionisti che usano la loro manualità e creatività per renderlo più affascinante. Abbiamo incontrato Paola Pozzi, food stylist tra le più quotate in Italia

Paola Pozzi è prima di tutto una donna molto in gamba. Che ha saputo ritagliarsi un posto d’onore in un ambiente dominato da uomini.
Come food stylist, è riuscita a rendere un lavoro da incompreso a innovativo. Miscelando un mix di fattori piuttosto variegati.
Conoscenza del mondo della cucina, tendenze del mercato, senza tralasciare nozioni di storia dell’arte, fotografia e buona volontà.
Come nelle migliore ricette, chi saprà gestire al meglio la richiesta preparerà il piatto più prelibato.
Da gustare con gli occhi prima che con la bocca.

Se dovesse dare una definizione di Food Stylist, come si descriverebbe?
La Food Stylist è una persona che si dedica all'aspetto del cibo, una make-up artist del piatto, sia per ciò che riguarda l'impiattamento sia nella ricostruzione di un cibo industriale per esaltarne l'appetitosità (appetizing appeal). La food stylist si occupa del trattamento del cibo sia per le foto che per gli spot. Io mi occupo in particolare di immagine pubblicitaria, un ambito con più regole e forse meno libertà, ma sicuramente molto stimolante.

Come si è evoluto nel tempo il suo lavoro?
Il mio lavoro rimane altamente artigianale, ogni volta le richieste del cliente mutano, ma la manualità e l'inventiva restano caratteristiche fondamentali per fare questo lavoro. Sono le tecnologie come lo slow-motion che fanno si che il nostro lavoro si debba adeguare per ottenere i risultati richiesti.

Qual è il metodo per antonomasia che si usa nello studio di un Food Stylist?
Di solito, soprattutto in campo pubblicitario, si parte dalle richieste del cliente e dalla creatività dell'agenzia, si evidenzia cosa sia importante comunicare con l'immagine. A questo punto si fanno delle proposte che possono essere fotografiche o una vera e propria ricerca e sperimentazione, ovvero ci si mette in cucina e si fanno delle prove sino ad ottenere il risultato desiderato. Grande importanza ha per me anche la ricerca di ingredienti: la spesa ha un ruolo fondamentale per la riuscita del lavoro. Il giorno dello shooting, in accordo con il fotografo o con il regista e il direttore della fotografia, ci si dedica a creare l'immagine definitiva.

Ci sono delle tendenze diverse nel mondo? E in Italia?
Si può dire che la rappresentazione del cibo subisce le mode come qualunque altro aspetto della vita. Ci sono stati periodi in cui era fondamentale rappresentare l'opulenza altri in cui i piatti erano talmente minimalisti da sembrare persino un po' miseri. In questo periodo vi è una riscoperta del naturale, si ricerca proprio l'imperfezione che crea gusto e spontaneità. La grande differenza tra come vediamo il cibo in Italia e il resto del mondo è che per noi, il cibo, è veramente una cosa seria, investito di una sacralità un po' pesante. All'estero sono forse più spontanei e leggeri.

Si può parlare ancora di Food Porn?
Il fenomeno del Food-Porn è ancora piuttosto in auge. Sui social il cibo impazza e tutti si mettono a fotografarlo. Per quel che mi riguarda, sarà perchè lo faccio di mestiere, preferisco guardare e mangiare che riprendere un piatto con strumenti non adeguati. Il cibo per noi italiani è un universo complesso, fatto di condivisione e affetto, curiosità e ricordi, è emozione allo stato puro ed è perciò che lo amiamo.

Quanto appaga rendere un piatto talmente bello da aver voglia di mangiarselo con gli occhi?
Per me rappresentare il cibo al suo meglio è sempre stata una sfida che mi ha dato grande soddisfazione: il mio primo amore sono stati i dolci che in assoluto sono il cibo più esteticamente appagante, ma anche quello più complesso da rappresentare. Necessitano di grande esperienza e manualità. Ho cominciato questo lavoro giovanissima, con una passione e curiosità che mi hanno aiutata a crescere ed ad ottenere sempre grandi soddisfazioni. Costruire un'immagine è un esercizio di armonia ed equilibrio. Un eccesso di ingredienti o quantità e si perde il momento magico.

Mi racconta di un aneddoto simpatico che è nato tra lei e un fotografo durante un lavoro?
Questo lavoro mi ha permesso di viaggiare moltissimo e di conoscere tantissimi professionisti di altissimo livello. Mi è capitato di esser chiamata a girare una scena del film Baaria, con il grande Giuseppe Tornatore. La scena, apparentemente semplice, era in realtà assai complessa: mi è stato chiesto di far sì che un uovo si incrinasse e facesse uscire una piccola goccia di tuorlo simile ad una lacrima. Giorni di prove e foto inviate. Il giorno dello shooting mi reco a Cinecittà, con uova di gallina e d'oca e, tra trapanini, siringhe e sondini, abbiamo impiegato quasi una giornata per ottenere ciò che il Maestro voleva. Grande soddisfazione e magnifica esperienza.

 

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