Cold brew, pausa caffè

Sempre più diffusa in Italia la tecnica di estrazione nata negli Usa

Il risultato finale è un classico caffè freddo, come se ne bevono tanti in Italia. Eppure il cold brew sembra pronto a soppiantare la tradizione a favore di una tecnica nata negli Stati Uniti circa 60 anni fa. Il tutto a patto che si abbia tempo per aspettare. Diversamente dalle preparazioni classiche che impiegano pochi minuti per ottenere una bevanda rinfrescante ed energizzante, per il cold brew servono almeno sei ore e un macchinario apposito: il Toddy.

Diviso in tre parti: un contenitore per l’acqua fredda in alto, uno per il caffe macinato in mezzo e uno per il prodotto finale alla base, il Toddy permette di filtrare il caffè, una goccia alla volta. A conti fatti si tratta di un ritmo di percolazione di circa 8 gocce ogni 10 secondi. Una soluzione finalizzata ad estrarre lentamente gli aromi e le sostanze nutrienti presenti nella polvere di caffè. Il liquido così ottenuto va poi lasciato macerare una notte intera per poi essere filtrato nuovamente e servito freddo.

Tra i vantaggi, oltre alla freschezza, c’è la possibilità di conservare la bevanda in frigo per tre giorni e poterla utilizzare come base per ottenere diversi drink, anche alcolici.  

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